TheologosAnalele Universității de Vest din Timișoara · Seria Teologie

Numărul 14 / 2008

Rapporto tra la Scrittura e la Tradizione nella Dei Verbum


Rezumat

Conciliul Vatican II, în constituția dogmatică despre revelația divină, Dei Verbum, a avut în vedere să clarifice raportul dintre Sfânta Scriptură și Sfânta Tradiție, în special, când se tratează despre tema “Transmiterea revelației divine”. Așadar Sfânta Scriptură fiind documentul prin excelență a predicării apostolice, de inspirație divină, nu epuizează toată Revelația, poate să facă acea marturisire vie care o completează și îi arată modul în care să se realizeze corect. Tot ceea ce privește viața, credința, cultul și constituirea bisericii le avem de la Tradiție. Ea, de fapt, poate să crească și să se dezvolte atât în sens pozitiv cât și în sens negativ.

Tradiția și Scriptura, chiar dacă au origine și finalitate comună, totuși se deosebesc. Scriptura, de fapt, este cuvântul lui Dumnezeu chiar de la exprimare (inspirație), în timp ce Tradiția transmite cuvântul lui Dumnezeu. Pentru ca aceasta să dăinuiască în întregul sau cu putere, Tradiția tebuie să se bazeze fie pe predicarea episcopilor, fie pe continua confruntare cu Scriptura.

La nivel de funcționalitate așadar, Tradiția, Scriptura și Magisteriul sunt prinse împreună: transmitere, conservare și interpretare se cheamă și se recheamă neîncetat.

La chiarificazione del Rapporto tra la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione, da cui dipende lo stesso concetto di Rivelazione, rappresenta una delle tappe più importanti e significative del Concilio Vaticano II (1962-1965). Non per nulla, la costituzione dommatica sulla Divina Rivelazione, Dei Verbum è stata uno dei documenti più sofferti e laboriosi: iniziata con la consultazione preconciliare del 1959 sarà promulgata solo nel 1965. «La questione più largamente polarizzante, che ha inciso sul faticoso assestamento di tutto il resto, è stata quella della Tradizione. In particolare il compito della medesima nella trasmissione della Rivelazione».1

Negli stessi anni, il tema della Tradizione era dibattuto anche all’interno del movimento ecumenico. A Montréal, infatti, il Consiglio Mondiale delle Chiese in occasione della IV Conferenza, s’era preoccupato di precisare meglio il rapporto tra «Scrittura e Tradizione» o meglio tra «Tradizione e Scrittura».2 Fede e Costituzione, nel suo Rapporto, tratta specificamente della relazione tra Scrittura, Tradizione e Tradizioni, sia guardando all’unità e alla diversità fra le Chiese, sia in riferimento alle differenti culture in cui il messaggio biblico deve incarnarsi. Attorno a questo tema si creò un tale interesse da suscitare poi tutta una nutrita discussione.

Aggiungo qui, ma solo per inciso e per completezza che il problema dell’ermeneutica ecumenica verrà poi ripreso più ampiamente e approfonditamente da Fede e Costituzione nel 1998 con il documento Un tesoro in vasi d’argilla,3 che intendeva, tra l’altro, «superare e riconciliare le differenze legate all’utilizzazione di criteri diversi, nell’obiettivo di pervenire a un’interpretazione fedele dell’unico Vangelo, riconoscendo da un lato la multiforme ricchezza ed eterogeneità del canone delle Scritture, così come è letto, spiegato e applicato nella vita delle chiese, e nel contempo rafforzando dall’altro la coscienza dell’unica Tradizione nella pluralità delle tradizioni particolari.»4

Tornando al nostro documento di Montréal, chiudo sottolineando quanto sia sintomatico che Fede e Costituzione, al cui interno prevalgono le chiese protestanti, abbiano riscoperto il concetto e l’importanza della “tradizione” generalmente ritenuto patrimonio cattolico e ortodosso. Da parte sua, il cattolicesimo romano in quegli anni andava a rivedere e superare la dottrina delle due fonti della rivelazione: Scrittura e Tradizione.

1. La trasmissione della Rivelazione: la sua origine e il suo contenuto

Il rapporto tra Scrittura e Tradizione viene chiarito all’interno del capitolo II della costituzione dogmatica Dei Verbum che tratta della “Trasmissione della divina rivelazione”. Tutto muove dalla volontà salvifica di Dio che per l’attuazione del suo disegno vuole che venga trasmessa tutta la Rivelazione, e dal comando di Cristo agli Apostoli perché annunzino a tutti il Vangelo, inteso qui non tanto come testimonianza su Cristo, ma come il Cristo stesso presente nel mondo per salvarlo. Essi adempirono questo comando mediante la predicazione sia quella scritta come pure attraverso quella orale, che vengono chiamate rispettivamente Tradizione e Scrittura. Dal momento, infatti, che per Rivelazione intendiamo tutto quell’insieme di insegnamenti e di eventi ordinati alla salvezza, ne consegue che la sua trasmissione debba avvenire allo stesso modo se non vuole intaccarne la natura. Per questo gli apostoli annunciano il Vangelo sia con la predicazione scritta, sia con quella non scritta.

«Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la rivelazione del sommo Iddio (cfr. 2Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli Apostoli che l’Evangelo, prima promesso per mezzo dei Profeti e da Lui adempiuto e promulgato di persona, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale lo predicassero a tutti, comunicando i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalle labbra, dalle opere di Cristo e dal loro vivere insieme con Lui, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo, quanto da quegli Apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza».5

Gli apostoli non trasmettono più di quanto detto o comandato da Cristo nel senso di una rivelazione suppletiva, ma quanto proviene da una comprensione sempre più ampia e profonda e da una applicazione sempre più fedele del suo messaggio e della sua opera. Due quindi i punti di riferimento della predicazione apostolica: l’insegnamento ricevuto da Gesù Cristo e l’opera dello Spirito Santo che li introduce incessantemente nel mistero cristiano.

La Tradizione viene nominata per prima non solo perché precede la predicazione scritta, ma perché le si attribuisce anche una priorità in ordine alla sua capacità di trasmettere il Vangelo in tutta la sua completezza.6 Anche perché non si tratta solo di ripetere quanto detto da Cristo, ma piuttosto di spiegarlo, svilupparlo, adattarlo e stabilire quanto conforme alle intenzioni di Cristo perché possa operare efficacemente.

Rispetto ai precedenti concili, Trento e il Vaticano I, è mutata la prospettiva sia in ordine al contenuto della trasmissione, sia in ordine alla modalità della stessa. Prima, in riferimento alle tradizioni non scritte, si pensava a qualcosa che gli apostoli avevano ricevuto direttamente da Cristo o dallo Spirito come sotto dettatura e giunte sino a noi.7 Si trattava, quindi, di sole parole trasmesse oralmente. Col Vaticano II si va verso una concezione di predicazione apostolica comprendente parole e realtà. Per questo, cambiando il contenuto, cambia anche il modo della trasmissione.

Che la predicazione apostolica sia chiamata “non scritta” non va riferito solo al fatto che è puramente orale, ma che contiene anche cose che non possono in alcun modo essere scritte. Capire e condividere simile concezione, rappresenta la sola possibilità di comprendere rettamente e pienamente il significato di Tradizione.

Gli apostoli ci trasmisero il Vangelo anche tramite gli scritti che pure sono l’espressione della predicazione non scritta e che mirano alla fedele conservazione di quanto trasfuso nelle comunità dagli stessi apostoli. L’origine di tutto è sempre divina: il Cristo con la sua azione e la sua parola e lo Spirito Santo con la sua assistenza. Mentre nella predicazione non scritta tale origine s’immedesima con l’attività degli apostoli, in quella scritta la troviamo negli stessi libri che sono divinamente ispirati. La Scrittura, allora, non è tutta la Rivelazione, né s’identifica con essa: ne rappresenta una parte, quella in forma scritta. Così i libri sacri, voluti da Dio stesso e destinati a durare nel tempo, sono anche libri della chiesa in quanto nati al suo interno e per essa.

1.2. I vescovi continuano la predicazione degli apostoli

Tanto la Tradizione, quanto la Scrittura furono affidate dagli apostoli ai loro successori.

«Gli Apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi ad essi «affidando il loro proprio posto di magistero».8

Perché il disegno salvifico si possa realizzare, è necessario che il Vangelo continui nel tempo senza alterazioni e venga proclamato e spiegato allo stesso modo per come è stato scritto. Al carisma dell’ispirazione divina dei libri, si deve aggiungere anche quello del magistero, della autentica interpretazione. Per questo i vescovi detengono quell’ufficio del magistero ch’era proprio degli apostoli e che si estende su tutto ciò che rientra nell’attività salvifica: l’insegnamento, la santificazione e il governo.

Due quindi gli elementi fondamentali e inseparabili, anche se distinti, della trasmissione della Rivelazione: la predicazione apostolica nella sua duplice modalità scritta e non scritta, e il ministero episcopale. I vescovi, però, e ciò li distingue dagli apostoli, devono limitarsi a conservare, spiegare e interpretare quanto hanno ricevuto. Oltre che fondamento, la predicazione apostolica viene ad essere il limite del ministero dei vescovi. «La loro predicazione rimane legata a quella apostolica da un vincolo di assoluta identità e, insieme, di altrettanto assoluta dipendenza».9

«Questa Sacra Tradizione dunque e la Scrittura Sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’Egli è (cfr. 1Gv 3,2)».10

Insieme, la Tradizione e la Scrittura risultano come uno specchio mediante il quale la Chiesa, può contemplare Dio. Mediante questa conoscenza o visione indiretta, possiamo solo sperimentare la volontà salvifica di Dio.11

2. La Sacra Tradizione

Chiarito il concetto di Rivelazione come manifestazione e attuazione del disegno salvifico di Dio in Cristo e quindi negli apostoli e nei loro successori, si passa a specificare la necessità e la natura della Tradizione, il suo contenuto proprio e i vari fattori che contribuiscono al suo continuo sviluppo.

2.1. Necessità della Tradizione

Benché la Sacra Scrittura sia il documento per eccellenza della predicazione apostolica, in quanto divinamente inspirata, non esaurisce però tutta la Rivelazione, né può fare a meno di quella predicazione viva che la completa e le dà modo di realizzarsi concretamente.

«Pertanto, la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi.

Gli Apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli di attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per lettera (cfr. 2Tess 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre (cfr. Gd 3)».12

La Tradizione è fondamentale in quanto non potremo mai rinunciare alla predicazione apostolica non scritta: da essa abbiamo appreso tutto ciò che riguarda la vita, la fede, il culto e la costituzione della chiesa. Due le ragioni che la rendono sempre necessaria: la prima è fondata sul comando e l’insegnamento degli apostoli, l’altra proviene dai limiti propri della Scrittura che non riesce a trasmettere la predicazione apostolica in tutta la sua completezza. Infatti, anche se gode d’un titolo speciale all’interno della predicazione apostolica, non può trasfondere quello che gli apostoli hanno compreso al contatto diretto con Gesù Cristo. In pratica, essi furono come costretti a lasciare alla chiesa la loro viva predicazione che non è qualcosa di estraneo o superfluo rispetto alla Scrittura, ma fa parte con questa della fede da professare.

2.2. Natura e contenuto della Tradizione

Per Tradizione intendiamo solamente la predicazione non scritta degli apostoli continuata poi dai vescovi loro successori. Praticamente è quella Rivelazione che gli apostoli ricevettero da Cristo e dallo Spirito Santo e che poi manifestarono a attuarono insegnando, organizzando e formando la Chiesa, celebrando il culto e interpretando le Scritture.

«Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo di Dio e all’incremento della fede, e così la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede».13

L’oggetto, il contenuto della Tradizione corrisponde a tutto ciò che riguarda la realtà cristiana: dottrina, vita, culto, riti e organizzazione. Praticamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra salvezza e per la nostra fede. Dal momento che tutta questa realtà non può essere espressa verbalmente, la Tradizione trasmette con la dottrina anche i beni necessari alla salvezza e alla costituzione della Chiesa.

Praticamente, diventa complementare alla Scrittura in quanto la attualizza e la traduce nella vita della chiesa: porta dal piano della conoscenza a quello dell’esperienza, a un piano cioè di una manifestazione più intensa. «Proprio per questo, essa rimane legata alla Scrittura; non per sostituirla, ma per vivificarla. E confrontando se stessa con la sua attestazione divina, mantiene integra la sua trascendenza e incorruttibilità nativa, pur nella contingenza storica in cui si manifesta e progredisce».14

2. 3. Progresso della Tradizione

L’affermazione circa la possibilità che la Tradizione possa crescere e svilupparsi non è affatto scontata, visti i diversi modi d’intendere la Tradizione.15 Per la Chiesa cattolica romana il progresso della Tradizione è riconosciuto come un suo elemento costitutivo. Cresce infatti la sua comprensione per il concorrere di vari fattori e soprattutto per l’azione della parola di Dio.

«Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio».16

La natura e il contenuto della Tradizione sono tali per cui è intrinsecamente soggetta e aperta a uno sviluppo continuo. Trasmette, infatti, la viva predicazione degli apostoli all’interno d’una chiesa viva per cui dà e allo stesso tempo riceve sempre nuovi stimoli di sviluppo sia in senso positivo che negativo. La staticità, comunque, non può far parte della sua natura.

Quale sia la natura dello sviluppo cui è soggetta, viene specificato quando si dice che la Tradizione è “di origine apostolica”. Distinguendo la Tradizione dalle tradizioni, si riconosce il fatto che mentre queste possono essere abbandonate o soppresse, il messaggio apostolico non può subire alterazione alcuna. Tutto ciò che riguarda la Rivelazione deve rimanere integro. Nulla possiamo togliere o aggiungere di tanto nuovo che possa alterare la predicazione apostolica. «Progresso dunque, sì, ma nell’identità originaria. Tuttavia è un progresso vero. Si può paragonare a quello che avviene in tutti gli esseri viventi: dallo stato di esistenza embrionale, nel quale c’è già la completezza del loro essere specifico, arrivano alla manifestazione completa di essa attraverso un processo di maturazione, che fa loro assumere la forma e il modo di essere cui sono naturalmente destinati. Il progresso raggiunto diventa elemento costitutivo delle realtà che lo hanno subito. Di esse non si dice che sono cose diverse, ma cose cresciute.

Così la Tradizione. Non è qualcosa d’immobile che aspetti soltanto di essere scoperto o ritrovato. Si fa scoprire per virtù propria. La sua quindi è una crescita che, pur non cambiandone la sostanza, da ad essa un perfezionamento reale.»17 Si tratta cioè d’una realtà le cui potenzialità sono condotte a maturazione dallo Spirito Santo. Così il contenuto della Tradizione cresce, si completa, va verso la perfezione e risulta sempre nuovo pur senza mai allontanarsi e rinnegare la sua identità originaria. E’ in questa che è presente la forza vitale che la spinge a manifestarsi e a dispiegarsi in tutta la sua ricchezza. La Tradizione, come tutta la Rivelazione, più che deposito da custodire e preservare è processo mai finito di chiarificazione, sviluppo e adattamento.

Non che noi possiamo immaginare di scoprire improvvisamente una qualche verità della Tradizione, ma in quanto le verità stesse vanno manifestandosi in tutta la loro pienezza. E’ questa la ragione che esclude la possibilità che un solo documento della Tradizione possa esprimere completamente una qualsiasi verità. Ne servono parecchi quali le affermazioni dei Padri, la liturgia, la prassi ecclesiale, lo studio della teologia, la comprensione e la sperimentazione di tutti i credenti e, a titolo particolare, la predicazione dei successori degli apostoli il cui carisma è garanzia di verità.

Tanto il progresso congenito alla Tradizione, quanto i fattori che lo favoriscono, dicono l’intimo rapporto tra la Chiesa e la Tradizione stessa: la crescita dell’una dipende dall’apporto dell’altra e viceversa. Il continuo stimolo della Tradizione serve alla chiesa per incarnarsi in tutte le situazioni umane e nei più svariati contesti per portarvi la Rivelazione. Così, più la Tradizione favorisce la conoscenza e la manifestazione della Rivelazione, più la Chiesa sarà in grado di dare compimento alla sua missione.

A proposito del valore dommatico della Tradizione, il Vaticano II riconosce solo due casi in cui la Chiesa s’è fondata su di essa per proporre una verità come divinamente rivelata: il canone dei libri sacri e l’interpretazione della Scrittura che risulterebbe incomprensibile al di fuori della Tradizione.

«E’ la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei Libri Sacri, e in essa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse Sacre Lettere; così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito santo, per mezzo del quale la viva voce dell’Evangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr. Col 3,16)».18

3. Relazione tra Scrittura e Tradizione

La Tradizione e la Scrittura, benché abbiano origine e finalità comuni, sono però distinte. La Scrittura, infatti, è parola di Dio anche nella sua espressione (inspirazione), mentre la Tradizione trasmette la parola di Dio. Perché questa permanga in tutta la sua interezza e forza, la Tradizione deve poter contare sia sulla predicazione dei vescovi, sia sul continuo raffronto con la Scrittura.

«La Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono alla stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la parola di Dio, affidata da Cristo e dallo Spirito Santo agli Apostoli, viene trasmessa integralmente dalla Sacra Tradizione ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; accade così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e riverenza.»19

Per la Chiesa, il criterio di certezza di quanto è rivelato non può basarsi né sulla sola Scrittura, né sulla sola Tradizione: deve contemporaneamente poggiarsi su tutte e due. E anche se può capitare che nella determinazione di qualche verità, l’una o l’altra possa risultare più decisiva, si può affermare che la Scrittura e la Tradizione coincidono per quanto concerne il contenuto. Se poi questa coincidenza indichi concordanza o semplice non opposizione, resta ancora tutto da vedere.20 Con l’unità inscindibile di entrambe, il Concilio sembra presupporre «la maggiore ampiezza della Tradizione rispetto alla Scrittura», anche se ciò non va inteso come se fosse «un supplemento quantitativo»21 della Scrittura, e la priorità di quest’ultima rispetto alla prima che non significa ch’essa abbia codificato tutta la Rivelazione. Ambedue, comunque, sono impegnative per la fede dal momento che concorrono alla certezza della Rivelazione.

4. Relazione della Tradizione e della Scrittura con tutta la Chiesa e col Magistero

La Tradizione e la Scrittura, in quanto rappresentano il deposito rivelato ordinato alla salvezza, sono affidate a tutta la Chiesa come tale. E’ la sua stessa missione ad esigerlo perché per mezzo suo «la viva voce dell’Evangelo»22 deve poter risuonare in tutto il mondo. Ora, la diversità dei contesti e delle realtà umane in cui l’Evangelo s’incarna e la natura stessa della Tradizione che cresce e progredisce continuamente all’interno d’una Chiesa pellegrinante e in via di perfezionamento, sottolineano il fatto che l’intera comunità dei credenti è il soggetto che interpreta.

Dico qui per inciso, ma anche per una certa completezza, che tutto ciò richiama la concezione di “Chiesa come comunità ermeneutica” propria d’un documento di Fede e Costituzione23 che sottolineando il compito primario della Chiesa, indica nell’intera comunità cristiana il soggetto che interpreta.

Il fatto però che tutti i cristiani siano tenuti a contribuire ognuno a loro modo allo sviluppo della Rivelazione, non viene a negare o anche solo svalutare il compito del magistero che pure fa parte della struttura gerarchica della Chiesa. Posto a servizio della parola di Dio, esso opera in armonia con tutti gli altri mezzi di salvezza per il raggiungimento del fine comune voluto da Dio.

La Chiesa è il luogo dove la parola è custodita con fedeltà in virtù dell’autorità degli Apostoli e dei loro successori. La Chiesa è correlativa alla Rivelazione in quanto è comunità nata dalla definitiva autocomunicazione di Dio. «Il Cristo-Rivelazione è dunque inseparabile dal Cristo-Chiesa; nella quale riceve una dimensione di presenza operante, nella misura dell’attività, condizionata dalla Rivelazione, dei membri che la compongono. Lo Spirito Santo, che ha guidato la predicazione apostolica e ha ispirato i libri sacri, vivifica tutta la comunità ecclesiale, dai vescovi fino agli ultimi laici; e conferisce ad essa un udito soprannaturale che l’abilita ad intendere la parola di Dio, a custodirla con fedeltà, a rendersi disponibile alle sue esigenze».24

«La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa, e nell’adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. Act. 2,42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, concordino i Presuli e i fedeli».25

Ritenere, praticare e professare accomunano Presuli e fedeli. Anche questi sono condotti dallo Spirito verso una sempre più profonda comprensione, una prassi corrispondente e una testimonianza di fede su quanto Dio va rivelando.26 La ricezione della parola di Dio, lungi dall’essere passiva, ha in sé una forza creatrice per cui, pur rimanendo sempre la stessa, si arricchisce continuamente arricchendo la Chiesa. Del resto, tutti i membri del popolo di Dio partecipano dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo.27

Praticamente, affermando che il soggetto della Rivelazione è tutta la Chiesa in tutte le sue componenti, significa ribadire il fatto che lo stesso magistero può essere compreso solo dal di dentro di essa: dal di dentro cioè d’una comunità in cui l’Evangelo di Dio si è incarnato storicamente e visibilmente. Così si comprende meglio la funzione dello stesso magistero che, all’interno d’una comunità che partecipa attivamente alla verità rivelata, esercita un servizio insieme agli altri e a vantaggio di tutti gli altri.

«L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero però non è superiore alla parola di Dio, ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio».28

Sia la natura della Chiesa, dove l’autorità è collegata tramite la successione apostolica alla missione stessa di Gesù Cristo, sia quella del deposito rivelato in quanto portatore della parola di Dio, esigono un magistero divinamente istituito che possa pronunciarsi autenticamente. Di qui si comprende la verità per cui il magistero mai può essere al di sopra della parola di Dio: è a suo servizio e non può impadronirsi di essa neppure quando svolge le sue funzioni di giudice e interprete. Per essere “autentico”, il ministero deve limitarsi a riflettere e a obbedire alla parola divina. L’autenticità, inoltre, richiede oltre il pio ascolto della parola di Dio, anche un pio ascolto della Chiesa dove quella è effettivamente presente. Come si è maestri autentici se si è discepoli attenti, così si può guidare la comunità condividendo la vita di tutti i semplici credenti.

«E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime».29

Da quanto detto si comprende come a livello di funzionamento la Tradizione, la Scrittura e il Magistero non possono essere presi separatamente. Trasmissione, conservazione e interpretazione si esigono e si richiamano incessantemente.

«La coesistenza della Scrittura, della Tradizione e del magistero non è amorfa e neppure statica.

La Scrittura, perché divinamente ispirata, gode di una qualità eminentemente positiva, sia sul piano ontologico che su quello operativo, che consiste appunto nell’«essere» parola di Dio. Ha quindi priorità assoluta tanto rispetto alle espressioni della Tradizione quanto rispetto all’insegnamento del magistero. La Tradizione, perché ha la funzione insostituibile di svelare intero il contenuto della Scrittura e di applicarlo nella Chiesa, dipende dalla Scrittura in tutto ciò che questa attesta espressamente; ma insieme anche la completa, sviluppandone ed attuandone le indicazioni. Il magistero, in quanto coscienza della Chiesa che si fonda sulla Scrittura e si manifesta nella Tradizione, si pronunzia autoritativamente sul loro contenuto, senza però sostituirsi né all’una né all’altra.

Anche la comune funzione in ordine alla salvezza è differenziata. Essa avviene in un continuo raffronto non privo di difficoltà, provocate dalla stessa parola di Dio che comanda di esser proclamata ed attuata. Si tratta non di una tensione di concorrenza reciproca; ma di una prolusione di convergenza, azionata dallo Spirito Santo. Egli fa avvertire sempre viva la sua presenza nella Scrittura che ha ispirato; nella Tradizione alla quale ha presieduto; nel magistero che continuamente assiste, perché custodisca ed esponga fedelmente la Rivelazione trasmessa dalla Scrittura e dalla Tradizione».30